Pagine

sabato 10 ottobre 2015

07082015

Stava tornando a casa
Un pensiero lo tormentava
Non poteva dimenticarsi
Del fluire costante del tempo

Anche un minuto diventava luce
I secondi scorrevano
Ignari del dolore che provocavano

Tornò sui suoi passi
Ripercorrendo una strada attraversata anni prima
incontrò - una conosciuta consapevolezza -
Passò oltre, salutandola come una vecchia amica

Ora insicuro scivolava nell'attesa
Aspettando l'inesorabile.



mercoledì 28 agosto 2013

Palermo Day 1-2

Primi giorni di Palermo. L'ansia prima di partire non era normale. Mi aspettavo di trovare qua una specie di guerra civile, non so tipo gente pestata a sangue per le strade, stupratori ogni angolo. Ed invece ancora non è successo niente di tutto questo (ancora). Solo caldo da morire, quel caldo che uccide i vecchietti secondi Studio Aperto.

L'ansia peggiore è causata dall'uscire di casa, specialmente di sera. Indovinate chi è tornato a notte fonda? Me le vado a cercare oppure affronto le questioni di petto? Nel dubbio, vi saluto il tizio che butta bottiglie di vetro dal balcone urlando cose in palermitano e una signora che ci urla "accurativi". Una scena da telefilm di serie zeta. Per non parlare dei vicini di casa che fanno karaoke con Gigi d'Alessio tutto il giorno. Palermo è una città strana, da zone in cui il lusso non ha limiti a zone in cui la fogna scarica direttamente per le strade. Non sono sicuro se riuscirò ad abituarmi, ma per quello che ho visto mi piace!

domenica 23 giugno 2013

Astratto.

[...]Senso di soffocamento. Stava a casa da solo, il silenzio, fuori ancora di più, una doccia veloce, sembrava stesse bene. Una cena veloce davanti la tv, vedeva la notte scendere. Pensava che stava bene da solo, anzi il pensiero di qualcuno lo ripugnava, voleva prendere in mano le redini della propria vita, per una volta sentirsi sicuro, di fare la scelta giusta, anche se non c'era niente da scegliere. Sentiva come se fosse guidato da un filo conduttore, come se tutto fosse già stato scritto, e lui consapevole del fatto si lasciava guidare, sprofondando, sempre più in basso. Era convinto che una volta presa coscienza della sua situazione, capendo il meccanismo del perché certe volte si sentiva così strano, così male, avrebbe trovato il modo di risolverla, ancora non era pronto. Pensava al futuro, al fatto di non potere continuare a vivere nell'angoscia, di avere davanti qualcosa di concreto, ma di non poterlo affrontare; non per la paura in se, ma per la paura di avere paura di stare male. In fondo non era un tipo complicato, all'apparenza un sempliciotto, dentro no. [...]

giovedì 20 giugno 2013

Vita.

Quanto mi può importare di te senza averti mai visto? So solo che non mi importa niente di lui, anche se l'ho visto più di una volta, sempre più disgusto. Qua sono io quello strano, quello che per anni si è lamentato di volere qualcuno accanto, di non essersi mai sentito parte di qualcosa, una parte di qualcuno. Ora che forse lo ero, non lo voglio.

E mi ritrovavo a fantasticare su una vita migliore, io e lui, qualunque posto sarebbe andato bene, svegliarci la mattina senza incertezze, guardarci negli occhi. provare quella sensazione di sicurezza, quella che prova un bambino quando guarda la madre, nessuno potrà mai ferirlo. Essere liberi, di provare sentimenti forti, di amarsi, sempre più. In questa utopia non esistono le non-certezze, tutto va bene, anche se si cade nella monotonia non te ne rendi conto, perché ti senti sicuro di stare costruendo qualcosa di concreto. Poi ti ritrovi catapultato nella realtà, essere innamorato è l'ultima cosa che ti importa. Devi combattere contro qualcosa più grande di te, incontrollabile, ci provi, resisti, non sai per quanto tempo ancora. La vita.

venerdì 17 maggio 2013

Omofobia, adesso basta! (?)

27 Maggio, giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia. Com'è essere gay nel 2013? Come nel medioevo. Ora ditemi che cazzo di utilità ha una giornata internazionale contro l'omofobia se nessuno se la fotte. Pure io sono in grado di andare in giro ad appendere manifesti con scritti vari slogan sull'essere gay, e secondo voi quante persone ci hanno fatto caso? A parte i gay? C'è bisogno di ricordare ai gay di quanto non siano bene accettati in questa società?

Chi sta scrivendo è gay, e prima di capirlo ha impiegato un bel po' di tempo. Da ragazzino era "strano", giocava sempre con le ragazze, con le barbie, non riusciva proprio ad avere quello che gli altri suoi amici maschi avevano, il rapporto che si creava tra i maschietti a scuola non riusciva a capirlo e molto probabilmente non era consapevole che lui aveva atteggiamenti diversi perché troppo piccolo per porsi alcune domande, domande che lo avrebbero perseguitato per molto tempo. "Perché sono così", "Sono malato?". Passavano gli anni, le prime uscite con gli amichetti, per strada incontravano ragazzi più grandi e iniziava la sua tortura: FROSCIO.
Si vergognava, ma non voleva ammetterlo, non voleva ammettere di avere un problema (per lui era un problema questo essere diverso). Più passava il tempo, più si convinceva di essere diverso, e si chiudeva sempre più in se stesso. Certe volte, quando incontrava i soliti bulli, era costretto a cambiare strada, non per evitare di essere chiamato in quel modo che tanto disprezzava, ma per evitare di vergognarsi di quel suo modo di essere. Si disprezzava, più di quanto lo disprezzassero gli altri. Non riusciva a capire perché a lui, perché tutto ciò dovesse capitare a lui senza che ne avesse nessuna colpa, lui era sono nato.

Sedici anni, vedeva tutti i suoi coetanei cimentarsi nelle prime esperienze con l'altro sesso. E lui restava li a guardare, come bloccato nel tempo, ad aspettare il suo turno, che forse non sarebbe mai arrivato. Forse poteva provare anche lui? Ci sarebbe riuscito? Fingersi qualcuno che non era, solo per provare agli altri che anche lui poteva essere "normale", come loro. Primo bacio, ora non ricorda che cosa abbia provato precisamente, ma sicuramente non è stato piacevole, o almeno non era come i suoi coetanei lo descrivevano.

La confusione, fin quando faceva soltanto teorie tutto andava bene, ma ora aveva provato, ed era quasi sicuro, sicuro di non essere come gli altri, sicuro che non avrebbe mai avuto una vita come gli altri, perché doveva essere come gli altri, quando lui era speciale? Per un periodo non ha più pensato a questa parte della sua vita, nuovi amici, nuova scuola, si sentiva più apprezzato, più "normale". L'incubo si presentava solo quando gli altri lo guardavano con quello sguardo, quei sorrisetti che tanto lo facevano soffrire, doveva trovare un rimedio, lo trovò qualche anno dopo.

Diciannove anni, era arrivato ad un punto di svolta, doveva provare a se stesso di essere gay, voleva delle conferme. Le trovò. Ora era sicuro, poteva vivere la propria vita. Lo disse ai suoi genitori, la delusione. Ma sapeva che la vita sarebbe andata avanti lo stesso, con o senza l'approvazione degli altri lui avrebbe continuato a vivere.

Venti anni, ora non si sente più diverso anche se ogni giorno c'è sempre qualcuno che gliel'ho fa notare, ma lui ora è sicuro, sicuro di quello che è, sicuro di non essere diverso. Sicuro che sono gli altri ad avere un'idea sbagliata di cosa significhi essere gay. -Dolore, gioia, anche lui è normale.-

giovedì 16 maggio 2013

Nel frattempo in Ivanlandia...

Mi fa troppo strano solo pensarlo, quindi immaginate come mi senta a scrivere di una persona che ho incontrato, NELLA VITA REALE. Cari amici siamo ad una svolta, ormai sapete che sono anni che indago sui sentimenti, sulle relazioni che possono crearsi con le persone sui social network, qualcuno è pure arrivato ad innamorarsi via internet, senza aver mai visto quella persona in carne ed ossa (non sono io, forse...). Comunque ho sempre parlato d'amore, di sentimenti, di relazioni senza averne mai avuto una seria - attenzione, neanche ora c'è l'ho (sembrava troppo bello eh?) - senza mai soffermarmi su un piccolissimo punto "ma la voglio veramente una relazione?".

Stavo dicendo che ho incontrato lui, sulla carta perfetto: occhi scuri, capello scuro, simpatico, carino, né troppo romantico né troppo merda, né troppo altro né troppo basso, né troppo bello né troppo brutto, in pratica la standardizzazione del mio prototipo ideale di ragazzo. Questa volta mi sono detto: << Mi accontento>>, e da questa frase sono derivate un casino di complicazioni, per prima il fatto che dovessi sforzarmi di farmelo piacere, arrivare a pensare: <<Forse è il primo (e l'ultimo?) ragazzo che mi capiterà, quindi devo tenermelo)>>, seconda e non per ordine di importanza "e se puzza di ascelle caro Ivan, ti accontenteresti lo stesso?", considerazioni assurde tutte svanite dopo il primo appuntamento. Il fatto che non puzzasse di ascelle mi ha fatto dormire sogni tranquilli dopo notti passate nell'incertezza, più il fatto che è di un carino assurdo, già via messaggi o quelle poche chiamate fatte prima del fatidico incontro (l'ansia che avevo quel sabato non era normale) mi avevano portato a considerarlo "adorabile", ma di presenza è tutta un'altra cosa. Mi viene a prendere davanti casa, mi apre lo sportello dell'auto, mi porta al bar, con tutta gentilezza mi chiede se "andiamo a fare un giro" (il sesso in questo caso è stato abolito, almeno fino al quarto appuntamento), mi riaccompagna a casa e il giorno dopo si fa pure sentire. Ora mettetevi nei miei panni: durante la mia triste vita ho incontrato pochissime persone (se così si possono definire) tutte merde, e sotto casa mi arriva questo prototipo-ragazzo-perfetto, mi sono sentito come se il natale fosse due volte l'anno. Dato la mia natura diffidente su tutto e tutti, non posso fare altro che chiedermi: "dove cazzo sta il trucco?", oppure mi merito vero un poco di felicità? Alla prossima puntata.

mercoledì 8 maggio 2013

Voleva amare.

Voleva amare. Uno stupido ragazzo che vive in un paesino, voleva amare. Anche solo la sensazione di potere essere amato poteva andare bene. Si sentiva solamente soffocato, ristretto da quelle quattro montagne che dovunque andasse lo guardavano, usciva di casa per togliersi di dosso quelle quattro mura, e si ritrovava loro, in quella che amava chiamare la sua prigione naturale. Anche se cambiava strada, le montagne lo seguivano, come quella notte su una macchina in corsa guardava la luna che lo seguiva, più veloce andava la macchina più lei sembrava rincorrerlo, non si sentiva a disagio. Non come ora, come la sua maledetta convinzione di aver sbagliato tutto nella vita, ventisei anni e solo cicatrici che si porta dentro e fuori. Sprofondato nella mediocrità e se gli chiedete se è veramente così, risponderà: << la vita mi ha dato questo, e questo mi prendo, potrebbe andare peggio no?>>. La rassegnazione ad una vita di banalità è peggior dell'ignoranza. L'ignorante non capisce cosa lo circonda.

La solita routine spezzata da qualche attimo di fugace erotismo. Incontrava persone senza prima aver avuto alcun legame, lui il legame lo creava sul momento: l'imbarazzo consumato in una manciata di secondi prima di scendere dalla sua auto, cammina verso lui a testa alta, una risata, qualche complimento, non cercava comunicazione, solo rapporto umano. Poi l'alba e risaliva in macchina, un viaggio per riflettere, neanche si accorgeva di essere sporco, specialmente dentro. Iniziava un nuovo giorno, ma non per lui, dove tutto si ripeteva quasi senza alcun cambiamento.

Cercava quello che non poteva avere per sempre, e diceva di trovare le persone sbagliate, tutte le volte. Ma non poteva essere lui quello sbagliato e non gli altri? In fondo sapeva ben convivere con il fatto di abitare in un posto dove tutto quello che non poteva avere non poteva averlo. Si era rassegnato, e questa sua condizione la viveva abbastanza bene. Neanche si accorgeva del male che si stava facendo, era felice lo stesso. Non era uno stupido, gli piaceva pensare solamente di essere speciale. Forse lo era veramente.

sabato 27 aprile 2013

Ansia.

Ansia. Ansia quella "bella" diciamo. L'ansia di quando sai per certo che qualcosa nella tua vita sta cambiando, e sta cambiando in meglio anche se hai paura a pensarlo, perché potrebbe portare sfiga. "Sta per succedere qualcosa, ma quando?". Ora? Tra un'ora? Tra un mese? Quando guardi l'orologio sembra fermarsi, e lui ti guarda ridendo di te. Il tempo cambia, un'ora può sembrare un minuto e un minuti un'ora.

Gli ultimi tre giorni sono stati un mix di ansia e paura, paura per me stesso. Non voglio starci male per un'altra persona senza cuore, perché pure il mio ormai è a pezzi. Saprai ripararlo?

E se mi sforzerò di volerti, come se fossi un oggetto? La spontaneità non è il mio forte.



Ora mi ritrovo a dondolarmi avanti e indietro con il corpo, seduto sulla sedia, davanti questo pc. Il mio modo "autistico" per scaricare l'ansia, e aspettare il telefono che squillo per catapultarmi dall'altra parte della scrivania per vedere che è solo una email. Aspetto te invece. Ed ho paura. Tanta paura.

mercoledì 3 aprile 2013

Confusione.

Il fatto è che ormai ho bisogno di bere. Quando bevo sto bene, mica sto diventando alcolizzato? Non si inizia così?

Che ormai mi sveglio la mattina e non so a cosa pensare prima, perché ho molte cose a cui pensare, ma non so con quale iniziare. Forse parto dal fatto che la mia vita non ha un senso in questo paesino, non ho stimoli (tranne quello del suicidio), vorrei fare altre esperienze. vorrei conoscere altre persone, ma come fare? Mi pesa anche il solo fatto che sono ancora al liceo dato che l'anno scorso mi son dovuto ritirare per problemi di salute, e vedo tutti che vanno avanti con la propria vita, mentre ancora la mia è ferma a niente, e vedo anche persone che non vanno avanti proprio e si accontentano di quello che hanno, perché io non ci riesco?

E poi ci sei anche tu, per me un estraneo totale, ma non capisco se mi sto affezionando a te solo perché ne ho bisogno oppure perché quello che provo è reale. E tutto ciò non mi fa stare bene, perché ancora non ti ho incontrato e non riesco a capire, non voglio capire. Ho sempre voluto qualcuno che mi stia accanto, che mi ami, ma non ho mai avuto l'opportunità di trovare qualcuno che lo voglia veramente, e non finga solo per avere altro.

Sono confuso.

lunedì 11 marzo 2013

Nuovo inizio.

C'era questo mio amico che stava male. Abbiamo provato ad aiutarlo, ma lui non voleva ascoltarci. Vedeva piano piano tutti che si andavano allontanando, perché era questo che voleva vedere. Non voleva avere accanto persone ipocrite, ma questo noi non l'avevamo capito, e cercavamo di circondarlo di noi e più ci avvicinavamo, più lui sprofondava nella solitudine. Siamo stati noi gli ipocriti che l'hanno ucciso.

Ricordo quel giorno, quando lo incontrai su un autobus, mi sedetti accanto a lui e gli dissi: <Qual è il problema?>, non potrò mai dimenticare lo sguardo con cui mi ha guardato, un misto tra l'ironia di una sofferenza nascosta nel suo passato e quella del presente, rispose: <Sono io il problema>, scese, da qual giorno l'ho visto sempre più raramente in giro. E anche se lo vedevo, ero sicuro che non sarebbe stato sicuramente come prima, poche parole dettate dalla cortesia, un saluto con la mano come estranei, non era stata la distanza a dividerci, ma il tempo.

Insieme agli altri parlavamo di lui, prima tutti i giorni, poi sempre meno, fino a dimenticarlo. Dicevano che si fosse trasferito in un'altra città, ricordo quando ci diceva che voleva cambiare vita, ma aveva paura. Dove ha trovato la forza per farlo? Non lo conoscevamo benissimo, ma quel tanto che bastava per dire che era una persona fragile. Dall'esterno sembrava una persona forte anche solare, ma portava tanto dolore, una volta da ubriaco disse: "come potersi liberare da questo fardello che è il dolore?", poi si mise a ridere.

Si dava colpe, colpe che la maggior parte delle volte non aveva. Era convinto che il problema fosse lui, si produceva il suo stesso dolore.

Certe volte dimenticavamo che fosse una persona complessa e triste, specialmente quando indossava la sua maschera preferita: i falsi sorrisi. Era bello vederlo al bar a sorridere, a bere con gli amici, a raccontarsi storie. Ma lui non dimenticava. Il suo passato lo stava uccidendo. Non abbiamo avuto più notizie di lui per molto tempo, era come morto. Lo era davvero. La notizia non ci sconvolse più del dovuto, qualcuno è arrivato a pensare che avesse vissuto pure tanto, considerando il tempo delle esperienze in confronto a quello che scorre. Ci ha lasciato tanto, ci ha fatto comprendere come tutti noi siamo fragili, come si può stare male e come non si può fare niente per risolverlo. Ci ha fatto comprendere il dolore.

Grazie, grazie per averci fatto capire. Ora anche per te ci potrà essere un nuovo inizio.